LinkedIN: il Network dei Professionisti

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Che cos’è LinkedIn? E’ una rete sociale e consiste di un gruppo di persone connesse tra loro da diversi interessi, in questo caso un network di professionisti. In America molti professionisti utilizzano la piattaforma non solo per qualificare la propria immagine ma per ampliare le opportunità di business e/o di carriera.

Come funziona?
Ci si iscrive tramite invito o inserendo i propri dati, compilando un form. Dopo essersi iscritto, si prepara la presentazion andando alla pagina “my profile”. Questo sarà il modo con cui ci renderemo visibile nella rete linkedin. Ognuno è libero di inserire la propria formazione professionale e tutti i lavori o le collaborazioni avute in passato (alcuni inseriscono i dati anche in italiano, anche se la lingua del network è l’inglese). Cliccando su “edit” posso cambiare in qualunque momento i contenuti della presentazione.

Il proprio profilo sarà composto da una “headline” nella quale inserire la propria professione e l’ambito in cui si lavora da approfondire poi nella sezione “Professional overwiev“, nelle “Specialties” e nell”Experience” fino ad arrivare alla sezione “Honors and awards“.

Una volta completato il profilo dobbiamo costruire la nostra rete di contatti. Possiamo farlo da qualsiasi pagina con il pulsante “add connections” in alto a destra. La costruzione della propria rete è l’operazione più delicata e intelligente da fare. Vogliamo una rete con molti o pochi contatti? Puntiamo alla quantità o alla qualità? I contatti saranno monotematici (solo clienti, per esempio) o vogliamo costruire una rete più varia (lavoro/hobbies)?

I contatti di ogni singolo utente sono composti dai propri amici e colleghi invitati o dai quali si è ricevuto un invito. Se queste relazioni si intersecano, ecco che si viene a formare una rete di contatti più ampia, il proprio network. Più grande sarà il numero di contatti, più estesa sarà la propria rete. Linkedin funziona infatti sul principio dei “6 gradi di separazione” attraverso il quale in teoria, si potrebbe raggiungere una qualsiasi persona sulla terra a caso, passando per non più di 5 persone che si conoscono a vicenda.

Una volta creata la prima nostra piccola rete, possiamo cominciare a fare le ricerche, con le pagine “find people”, “find jobs”, “find services”. Possiamo cercare per nome e cognome (Aldo Rossi), nome della società o organizzazione (università di xy), titolo (professore), parole chiave (linguistica comparata). Se cerchiamo un lavoro o un cliente, possiamo specificare il campo (elettrotecnica), la zona (Lombardia), parole chiave (avvolgimenti elettrici). Se cerchiamo un servizio, si apre un menu con i vari settori (legale, fiscale, amministrativo, ecc.), e ci chiede se lo vogliamo vicino a noi o dovunque.

La relazione mi dice a che distanza si trova il contatto trovato. Basti pensare che con 30 contatti diretti ho oltre 2000 contatti di secondo livello (ovvero amici di amici) e ben 246.000 contatti di livello 3. Se avessi qualche proposta interessante da far loro, non avrei difficoltà a raggiungere le persone giuste….

Il sistema è gratuito ed è a prova di privacy. Nessun utente può contattare uno dei propri conoscenti senza una preventiva autorizzazione. All’interno del sito è presente un motore di ricerca utile a trovare la persona giusta per mettere in pratica un progetto o un’opportunità di lavoro.

Le referenze sono pareri di miei contatti di primo o secondo livello sulla persona che mi interessa.

La reputazione deriva dagli endorsement (sostegno, approvazione) che datori di lavoro, colleghi, clienti, maestri, hanno dato a quella persona. Quindi anche noi dovremmo procurarci qualche endorsement, chiedendolo o scambiandocelo con nostri autorevoli contatti. I profili con più approvazioni non sono necessariamente quelli più appetibili, ma è innegabile che una buona reputazione all’interno del proprio network rappresenta una carta vincente tutta da giocare.

guarda il mio profilo su LinkedIn paolo spinelli

Internet è cambiata, cambierà anche la comunicazione?

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Segnalo questo intervento molto interessanto sul web e sul modo di fare comunicazione di Marco Massarotto (Consigliere ADCI e Founding Partner di Hagakure - Corporate Blogging, Podcasting & Online Tools for The Brand) - Estratto integralmente da ADCI il latore della presente 18 luglio 2006 numero 13 - www.adci.it

Web 1.0, Web 2.0
La rete come l’abbiamo conosciuta dal 1995 al 2000 è andata in crisi: un sistema troppo verticale. A risorgere dalle sue ceneri ci ha messo un attimo, dopo il Web 1.0, ecco il Web 2.0. Se vi sembra un maquillage, vi sbagliate di grosso. Il Web 2.0 è una nuova concezione di Internet: ogni software, ogni sito, ogni computer da allora nasce ispirandosi a questa nuova realtà. Tutto è iniziato da una conferenza, ormai mitica, tenuta da Dale Dougherty, vice presidente di O’Reilly, uno dei più importanti gruppi editoriali specializzato in teconologia. Da allora qualunque cosa si basa su alcuni solidi pilastri quali la condivisione (pensate alle infinite possibilità di condivisione di musica, film, contenuti), il social networking (le enormi e numerose comunità), la ricerca (Google docet), la personalizzazione. Internet diventa così una piattaforma in perenne sviluppo, dove il contenuto è fruito e al tempo stesso creato dai suoi utenti.

Il nuovo Internet e la nuova comunicazione
La rivoluzionarietà di questo approccio trascende i limiti della rete, si tratta di un “potere editoriale diffuso”, è una struttura socio-comunicativa orizzontale. Certo ci sono i grandi portali, ma sono sempre più dinamici: appaiono ad ognuno nel modo preferito. Inoltre un piccolo Blog o una piccola community possono assumere una velocità di crescita tale da portarli in poche settimane a essere un player globale. Questo è lo scenario di Web 2.0 trattato per sommi capi, ma siccome questo articolo si chiama “Comunicazione 2.0” cerchiamo di immaginare come il nuovo Internet possa influenzare la comunicazione.

Vecchi e nuovi modelli
Sappiamo che la percentuale di investimenti pubblicitari su Internet cresce a doppia cifra, mentre media storici come la tv o la stampa se non arrancano si attestano su percentuali da polpastrello. Ma come vengono spesi questi soldi? Finora si è cercato di replicare un meccanismo noto: comprare spazi frequentati dal maggior numero possibile di utenti e presentare loro l’ultima novità, l’ultima offerta di una Marca. Un approccio molto Web 1.0, appunto. Questo sistema rischia di non pagare più in una rete globale dove i contenuti mutano in modo infinito, dove le regole le scrive ognuno per sè. E i motivi principali sono due: una logica distributiva fortemente mutata e una frammentazione dell’audience.

La “Long Tail”: come il Web 2.0 ha cambiato la distribuzione
Prima di modificare la comunicazione il Web 2.0 ha radicalmente trasformato la distribuzione. Il modello classico di distribuzione si basa sulla vendita al dettaglio. Ho un negozio, ho una vetrina, espongo una parte della mia merce, solitamente la più nuova o la più bella. Così facendo mi ritrovo con un certo numero di scaffali all’interno del negozio e la merce che si trova lì ha meno visibilità, per non parlare del magazzino. Occorre puntare tutto su alcuni articoli che bisogna vendere velocemente, prima che passino nel dimenticatoio del retrobottega. La distribuzione su Internet ha sovvertito questo ordine.

Dal sito vetrina alla vetrina personale
Quando entro in un grande store on-line vedo una vetrina che non vede nessun altro, vedo una vetrina di merce che interessa a me secondo il mio profilo (personalizzazione) o secondo quello che ho chiesto di vedere (ricerca) o secondo quello che ha visto gente con gusti e acquisti simili ai miei (condivisione, social networking). Insomma vedo, scelgo e compro secondo i pilastri del Web 2.0. Ecco che un cd, un paio di scarpe, un libro passano dal dimenticatoio alla vetrina. E non per tutti, solo per quelli a cui possono interessare. È il caso di E Bay, di Amazon, di ITunes Music Store. Dopo duemila anni passati con una vetrina ecco arrivare in un anno duemila vetrine diverse per lo stesso negozio. Come questo si rifletterà sulla comunicazione è una sfida aperta. È chiaro che puntare sul prodotto appena uscito, presente in tutti i punti vendita, come fa la comunicazione classica, rischia di fare cilecca. Molta gente potrebbe non vederlo mai quel prodotto.

La logica viral
C’è anche un altro elemento del Web 2.0 che manda in crisi il sistema classico di comunicazione: la crescente assenza di spazi altamente frequentati a favore di molti spazi interconessi tra di loro. Avendo possibilità infinite ognuno su Internet tende a visitare e frequentare gli spazi più vicini ai suoi gusti e ai suoi interessi. C’è una frammentazione del publico. Anche i portali che riescono ancora ad attrarre grandi masse sono ormai totalmente personalizzabili e, di fatto, sono tanti siti quanti i loro visitatori. Un grosso budget speso su un portale frequentato può rivelarsi meno redditizio di una strategia raffinata che porti il messaggio di un’azienda a circolare spontaneamente. È la logica del virale, del Blog, del social networking (unire le persone per interessi). Perchè si attivi questo circolo virtuoso però, occorre guadagnarsi la simpatia, la credibilità, l’interesse della comunità di persone cui si vuole comunicare. Bisogna farlo con il linguaggio, con la tecnologia, con la sincerità necessarie. Occorre scendere nell’arena e giocare secondo le regole di chi vi si trova. Presentarsi a bordo di una “corazzata” Media può risultare un’idea poco efficace, quando non controproducente. Sono finiti i tempi in cui se non guardavi Pippo Baudo, guardavi la Carrà e a un’azienda bastava comprare spazi su tutti e due i programmi. Sul web 2.0 le scelte sono infinite e costantemente mutanti, nessun budget potrà mai coprirle tutte. In questo scenario le aziende dovranno trovare nuovi canali, nuove forme di comunicazione in grado di far muovere un messaggio dentro la rete. Soprattutto dovranno trovare o ritrovare la complicità dei consumatori. Che sia la nuova comunicazione, la Comunicazione 2.0?

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